10 maggio 2012

un cerchio fatato in libreria

Il Buon Popolo ama molto le danze e durante la bella stagione ogni notte inaugura una nuova pista da ballo. Avevo accennato alla pericolosità della faccenda, ma credevo che i cerchi fatati (o fairy rings) si formassero solo all’aperto.

INVECE

Forse attratti dai colori e dal movimento, di sicuro curiosi di ascoltare nuove storie, probabilmente desiderosi di giocare con i bambini (gli unici esseri umani che vadano loro a genio), alcuni fiori, su suggerimento di una fatellula e con l’aiuto di una vanessa, hanno creato un cerchio nella libreria PontePonente (in via Mondovì 19, a Roma).

Come già detto, è bene fare molta attenzione, non avvicinarsi troppo, non entrarci…  Però vi consiglio di andare lì e godervi lo spettacolo. Tutto sommato, in caso d’emergenza, Anna Rita e Chiara potrebbero avere tra gli scaffali qualche buon controincantesimo.

13 maggio 2012

un fiore per la mamma

Nel Caleidoscopio, la sua botteguccia, la mia mamma ritaglia e incolla, compone e scompone, intarsia e scartavetra, intreccia e sfila perline… e poi dipinge, spesso fiori, soprattutto rose. Da anni le rose, vere o disegnate, realistiche o vittoriane, di cera o ricamate, dipinte o a découpage, sono ovunque anche in casa nostra. Come contribuire a questo roseto multiforme e polimaterico, già abbastanza popolato e variegato?

Un momento, forse sulla Collina c’è qualcuno che potrebbe aiutarmi…

1 maggio 2012

la festa dei lavoratori della Collina

Al contrario di quanto pensiamo, essere magici non vuol dire poter stare senza far niente: i cambiamenti della terra e dell’umore delle persone con il succedersi delle stagioni sono legati in gran parte al lavoro degli abitanti della Collina. Calendimaggio è il giorno dedicato a tutti loro, nonché la prima grande festa che inaugura la bella stagione.

Ecco un’anticipazione sulla colonna sonora della serata (che si preannuncia mooolto) danzante:

29 aprile 2012

aprile dolce dormire?

La Collina è parecchio silenziosa ultimamente. Le pulizie di primavera da finire, la grande festa di Calendimaggio da preparare, gli ordini della Regina, sempre più ambigui, da interpretare: quando ad assumere un ritmo forsennato non è una giga ma il lavoro, il Buon Popolo è stanco e gli Scontenti hanno poco da stare allegri. E poi c’è il clima che si mantiene incerto, per non dire avverso, e prepararsi alla bella stagione mentre questa non ha nessuna intenzione di arrivare appare qualcosa di inutile e insensato.

Qualcosa nasce, si sviluppa, dilaga. Il desiderio di dormire per riposarsi, per rimandare i doveri al giorno dopo, per sospendere tutto in un bel sogno, per illudersi che al risveglio tutto si risolverà. Per lasciare che le cose facciano il proprio corso, per abbandonarsi…

Così comincia l’attacco del madoromi, prepotente e asfissiante. Per fortuna sulla Collina c’è qualcuno che, nel suo piccolo, aiuta a premunirsi.

    

1 aprile 2012

pesce d’aprile!

Si dice che il poisson d’avril sia un effetto collaterale provocato dall’editto di Roussillon del 1564, con cui Carlo IX stabiliva che in tutto il regno di Francia l’inizio dell’anno sarebbe stato  il 1° gennaio, e non il 1° aprile o il giorno di Pasqua come avveniva in alcune zone particolarmente arretrate. Pare che molta gente non comprese bene la notizia, attirando su di sé una serie di burle (l’oggetto più gettonato per gli scherzi era il pesce perché il periodo interessato era quello della quaresima).

Ma, ehm ehm, la tradizione inglese dell’April Fool’s Day rivendica origini più antiche: sembra che fosse un’abitudine ben consolidata nell’Inghilterra del 1392, visto che nei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, precisamente nella novella che parla di un gallo burlato prima e burlone poi (The Nun’s Priest’s Tale), se ne trova un breve cenno (vv. 3187-3188).

Eppure, coff coff, a ben vedere, l’interpretazione in questo senso dei due versi della novella è alquanto forzata. È comunque possibile che il pesce d’aprile abbia origini ancora più remote, giacché l’anno romano, prima che Giulio Cesare promulgasse il calendario giuliano spostando l’inizio dell’anno al 1° gennaio, cominciava proprio il primo giorno di aprile: nel periodo immediatamente precedente, dedicato alla celebrazione degli Hilaria in onore della dea Cibele (divinità di provenienza orientale e quindi molto antica), era concesso travestirsi e fare scherzi di ogni tipo.

Però, cough cough, degli Hilaria non c’è traccia nelle fonti storiche più attendibili. Mentre si sa per certo che sempre nell’antica Roma, sempre il 1° aprile, si celebravano i Veneralia, cerimonie in cui le donne pregavano la dea Venere perché le aiutasse a nascondere i loro difetti fisici, cosa che doveva rappresentare un bello scherzo per gli uomini – per gli uomini di tutte le epoche: nel Trecentonovelle di Franco Sacchetti (novella CXXXVI) una comitiva di pittori che dibattono su chi sia il più grande artista al mondo arriva a una conclusione di questo tipo.

Mi sembra evidente che fare chiarezza sulle origini del pesce d’aprile sia un pesce d’aprile continuo, uff.

Meglio spostarsi sulla Collina. Qui il 1° aprile, ovvero il momento più scherzoso e imprevedibile dell’anno, nonché la giornata “di quelli che non accettano la realtà per com’è perché la vedono altrimenti”, non è la giornata degli Scontenti (per quanto pixies, imp, lepricani &Co siano maestri nelle burle e negli scherzi): è il tempo dei folletti dei talenti!

21 marzo 2012

su san Patrizio

Il trifoglio come rappresentazione divina, i serpenti ricacciati nel mare, il pozzo che porta al Purgatorio – tante sono le storie fiorite intorno a san Patrizio e tutte iniziano laddove finiscono quelle sui Tuatha De Danaan e Tir na n-Og, la Terra della Giovinezza. Questa è di gran lunga la mia preferita.

Un bel giorno portarono dal vescovo Patrizio un vecchio talmente rinsecchito da sembrare un ramo secco, così rattrappito da non potersi quasi muovere, con gli occhi così consumati da non vedere più niente. Il vecchio disse: «Sono Oisin, figlio di Finn Mac Cumhaill, capo dei Fianna.» «I Fianna sono morti da trecento anni almeno. Non è possibile, vecchio.» «Dico la verità. Sono Oisin, e questa è la mia storia.

«L’ultima battaglia era stata combattuta da tempo, e noi Fianna, prima grandi guerrieri, passavamo il tempo andando a caccia. Un bel giorno inseguimmo una cerva fin sulle rive del lago. Un cavallo di un bianco splendente galoppava sull’acqua verso di noi. In sella c’era la donna più bella che avessi mai visto. “Mi chiamo Niamh dai Capelli d’Oro – disse – Mio padre è il re di Tir na n-Og. Nel mio paese è giunta voce della bellezza e della grandezza d’animo di Oisin. Sono venuta fin qui per lui. Se vuoi sposarmi, Oisin, ti porterò laddove non esistono dolore e vecchiaia. Ma se accetti, non potrai più tornare indietro”. “Scelgo te sopra tutti gli altri” le dissi. Strinsi forte mio padre, salutai amici e compagni, piansi. Poi montai in sella dietro la bella Niamh e, dopo varie avventure, arrivai a Tir na n-Og. Fui accolto a braccia aperte dal re, sposai Niamh, e vissi con lei e con i nostri tre figli una vita felice. Ma un giorno mi venne voglia di tornare nella mia vecchia casa, da mio padre e dai Fianna. Niamh mi disse piano: “Prendi il mio cavallo, che conosce la strada. Ascoltami, Oisin: non scendere da cavallo o non potrai tornare mai più.” Cominciò a piangere “Te lo dico ancora, Oisin: se il tuo piede sfiora il suolo, non rivedrai mai più Tir na n-Og”. Poi scoppiò in singhiozzi disperati “Oisin, per la terza volta ti avverto: se metti piede sulla terra irlandese non tornerai più da me, mai più. Ora va’, ma bada che è trascorso più tempo di quello che pensi, e molte cose sono cambiate nel mondo che conoscevi.” Salutai Niamh, montai in sella e il cavallo mi riportò nella terra dei Fianna. Ma non era più la terra dei Fianna. Non c’era più traccia dei miei compagni, dei sentieri nei boschi dove andavamo a caccia, del bianco forte che era la nostra casa. Pieno di una tristezza senza fine, galoppai fino a un villaggio. Non avevo mai visto persone così piccole e gracili: vidi un gruppo di lavoratori affannarsi intorno ad una lastra di pietra, e alcuni di loro gridavano chiamandomi in aiuto. Mi avvicinai: uno degli operai stava per essere schiacciato. Mi avvicinai ancora di più e sollevai la pietra, che per loro era evidentemente troppo pesante. Per lo sforzo, il sottopancia della sella si slacciò e io caddi a terra. Il cavallo galoppò via più veloce del vento. Io non potevo più muovermi: ero diventato il vecchio che adesso vedi. Inerme, indifeso, senza speranza e senza futuro.»

Patrick’s scribes wrote these stories down and that is why Oisin and Finn, the Red Branch Heroes and the Tuatha De Danaan live on, through their legends, to this day.

Così finisce questo racconto nella versione che ho trovato in The names upon the arp.

Anche se i racconti sono illustrati (molto bene, per altro) e adattati a un pubblico non adulto, il libro riporta un’interessante appendice sulla pronuncia corretta dei nomi irlandesi. Le indicazioni sono date prendendo come riferimento la pronuncia inglese; le sillabe in italic sono quelle accentate. Buona fortuna!

Tuatha De Danaan   too-ha day dan-an

Tir na n-Og   teer na nogue

Oisin   ush-een

Finn Mac Cumhaill   fin ma kool

Fianna   fee-a-na

Niamh   nee-uv

17 febbraio 2012

la fata madrina

Quando si parla di fata madrina, non si può non pensare a…

Quando ero piccola, nella libreria di nonna c’era un libro di Cenerentola grandissimo con la copertina grigiastra, abbastanza consunto e con alcune pagine scarabocchiate con la penna. Le illustrazioni mi lasciavano un po’ perplessa: mi sembrava fossero le stesse del film Disney che mi piaceva tanto, eppure erano anche un po’ diverse… era la stessa Cenerentola oppure no?

La soluzione a questa domanda è arrivata spontaneamente il 21 ottobre del 2011 (un po’ tardino, certo, ma perché non mi sono voluta impegnare…) da Google Doodle con l’omaggio a Mary Blair, illustratrice famosa per aver lavorato a Cenerentola, Peter Pan e Alice nel Paese delle Meraviglie Disney.

Che fine abbia fatto il famoso libro sdrucito non lo so proprio. Dopotutto, era proprietà di una smemorina che, per quanto sia arrivata a trasformare le zucche in torte rustiche, potrebbe a sua volta aver bisogno di una madrina.

Ed eccola qua:

16 febbraio 2012

a Venezia

Si parlava di monsieur Bauta.

Di questi tempi carnevaleschi è molto facile incontrarlo a Venezia. “E certo”, direte voi, “questo esserino ricalca l’omonima, famosissima maschera veneziana”. No, vi dico io. Bauta esiste da quando esiste la Collina, molto prima delle umide fondamenta di Venezia: è molto possibile che, visitando la laguna in uno dei suoi innumerevoli viaggi, secoli fa, abbia deciso di omaggiarla consentendo che la gente si vestisse come lui. Non so se sia vero, ma lui la racconta così.

venezia by night

Quel che è evidente è che ogni volta che parla di Venezia lo prende qualcosa di simile alla commozione. Può capitare che si esibisca in monologhi più o meno istrionici citando versi o brani di prosa – Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s’accorciano e le lampade multicolori s’accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida uh!, gli viene da invidiare quelli che ora pensano d’aver già vissuto una sera uguale a questa e d’esser stati quella volta felici. [da Le città invisibili di Italo Calvino, n.d.r.]

Viene voglia di visitare Venezia, vero? Ma attenzione: quando meno ve l’aspettate, per le calli buie e silenziose potreste incappare in una bauta più nera delle altre.

Tirate dritto, non fermatevi a guardare. Se vi parla, non dategli confidenza, per non finire in qualche guaio o in qualche beffa. Inquieti? Fate bene a esserlo.

9 febbraio 2012

febbraio – note

Qui di seguito l’apparato critico di curiosità e spunti che potrebbe essere utile a chi decida di seguirmi nell’esplorazione della collina in questo mese (neve permettendo).

1) Febbraio, così come gennaio, nasce per volontà di Numa Pompilio, uno dei fantomatici sette re di Roma. Il nome deriverebbe dal verbo februare, letteralmente ‘purificare’, poiché questo mese, cupo e freddo nonché coincidente con la fine dell’anno (che per gli antichi romani cominciava a marzo), era dedicato, oltre che ai defunti (21 febbraio, Feralia), ad alcune divinità legate alla morte, l’etrusco Februus, poi Febris, numen malefico associato alla malaria, e Fauno Luperco, che proteggeva dai lupi (15 febbraio, Lupercalia) – con l’avvento e la diffusione della religione cristiana questi culti vengono sostituiti con altre cerimonie in cui si conserva la finalità di purificazione: la Candelora (2 febbraio) e la festa di Santa Febronia (14 febbraio, poi rimandata a giugno e sostituita con il più solare San Valentino).

Pare che ai tempi di re Numa febbraio avesse 29 giorni. Augusto stabilì di abbreviarlo di un altro giorno per allungare agosto: non voleva che il suo mese fosse più breve di luglio, dedicato a Cesare. Accorciare un mese di buio inverno e di sacrificio: chi poteva mai lamentarsene?

2) Sul secondo mese dell’anno esistono molti proverbi, segno del fatto che si trattava di un periodo importante per la civiltà contadina, in cui i ritmi dell’uomo erano strettamente legati a quelli della natura. Febbraio corto e amaro, oppure Febbraio d’ogni mese è il più corto e il men cortese: sono detti che tradiscono l’insofferenza verso l’inverno che si inasprisce ma soprattutto la preoccupazione di chi calcola la progressiva riduzione delle scorte di cibo e il rischio delle incursioni dei lupi, anch’essi affamati. La neve di febbraio ingrassa il granaio, o anche Primavera di febbraio reca sempre qualche guaio suggeriscono invece che, per quanto spiacevole, è bene che la cattiva stagione imperversi in tutta la sua potenza perché questo è il momento in cui può recare meno danni. La saggezza contadina, sebbene a volte sembri rassegnata, sa cavare il buono da un male inevitabile.

L’immagine che fa da copertina al febbraio di Strettalafoglia è tratta da le Très Riches Heures du Duc de Berry, un libro di preghiere, realizzato dai fratelli Limbourg per il duca Jean de Berry (1415 circa), dove compaiono le illustrazioni dei 12 mesi dell’anno. I maestri miniatori leggono i cambiamenti della campagna e delle varie fasi del lavoro contadino secondo il gusto estetico proprio dell’aristocratico committente (il cosiddetto gotico internazionale, analitico ed elegante): il risultato sono immagini nitide, precise e assolutamente irreali, o meglio, fiabesche – non vi ricordano forse le illustrazioni dei libri di fiabe che leggevate da piccoli? O le scene iniziali di Azur e Asmar di Michel Ocelot, metà fiaba francese e metà novella orientale?

3) Febbraio è per definizione il mese di Carnevale, festa collegata più o meno direttamente alla Pasqua cristiana ma in realtà di origini pagane molto antiche, probabilmente riti legati alla fine dell’inverno e l’inizio della primavera, e quindi alla morte e alla vita. Inequivocabile lo scopo e il senso di questa festa: la violazione della realtà quotidiana e quindi l’alterazione delle abitudini e il capovolgimento dei ruoli. Una bella manifestazione di rovesciamento carnevalesco al quadrato è quel capolavoro del grottesco di Pieter Bruegel il Vecchio, La battaglia tra Carnevale e Quaresima (1560 circa), messo a soqquadro da Ursus Wehrli.

Capovolgere le cose per riscoprire prospettive nuove: è la caratteristica di uno dei personaggi più affascinanti e complessi della Collina, monsieur Bauta.

(Incredibile quanto gli piaccia mettersi in mostra…)

1 febbraio 2012

febbraio corto e amaro

C’era una volta e c’è ancora il mese più breve dell’anno. (1)

Tempo da lupi, in cui sembra che l’inverno non debba più finire. (2)

Tempo in cui ogni scherzo vale e si può voltare e rivoltare il mondo intero. (3)

Chissà come risuona la voce di febbraio nella collina. Secondo voi, potrebbe essere qualcosa di simile?

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